venerdì 9 maggio 2008

Chi sei....?

Chi sei…..?

Mi chiamo Daniele Poce, sono uno studente iscritto al 3° anno della facoltà di Architettura di Romatre; il mio intento è di canalizzare questo articolo in uno spunto di riflessione sulla concezione odierna della figura dello studente, ormai contestualizzata in un sistema che ha fondamento nel modello precostituito che noi tutti ben conosciamo; vorrei soffermarmi su questo modello per sottolinearne l’aspetto dottrinale e regolarizzato per poter raggiungere “tranquillamente” l’obiettivo-tappa della qualifica finale, e qualora ci fosse un deragliamento (con questo non intendo giustificare uno stile di vita ozioso) spetterà a noi recuperare il treno in corsa per non pagare un ulteriore rata consistente.

Non entro in merito alla questione economica, quello che invece intendevo esporre è la causa-effetto di questo sistema che ovviamente si esplica nella figura dello studente universitario; credo che terminati gli studi superiori con conseguente diploma di maturità, l’esser posti dinanzi la scelta di un indirizzo di settore al culmine di un’adolescenza, non costituisce una vera e propria scelta di vita (alla quale siamo chiamati per questioni temporali) basata sul riconoscimento e la valorizzazione delle proprie capacità; allo stesso tempo mi aspetto che la fase universitaria dovrebbe in qualche modo determinare una formazione autonoma e responsabile, stimolando una capacità critica della persona volta ad un miglioramento della suddetta questione, derivata da un rapporto binario di dialogo tra studenti e docenti, sulla base di una realtà ostile e complessa per la sua insensibilità ed indifferenza, accentuata nel mondo lavorativo.

Tutto ciò non credo avvenga per la maggior parte di noi (mi trovo a scrivere per riflettere anche nei miei riguardi), dal momento che l’università si presenta come un sistema di continuità scolastica in cui l’individuo è costretto ad affidarsi a ritmi imprescindibili, quali esoneri (equivalenti alle interrogazioni scolastiche), consegne nel mio caso (compiti in classe), persino ore di studio programmate al raggiungimento di un totale punti necessari alla conclusione dell’anno accademico, che solo in pochi riescono a portare a termine secondo i tempi prestabiliti, rinunciando alla “vita”.

A questo punto mi chiedo come può un ragazzo acquistare quel senso di autonomia che gli permetta di saper comprendere ed osservare la vera realtà, potersi confrontare, stimolarsi in situazioni anche diverse dal proprio iter di facoltà e vivere la vita in tutti i suoi aspetti?

Non è facile, o meglio questo aspetto non appartiene al modello precostituito; siamo tutti parte di un settore specifico ancor più determinato nella cosiddetta laurea specialistica (salviamo i vecchi ordinamenti!), siamo delle macchine o degli ingranaggi di una grande macchina nella quale nessuno in futuro saprà contestualizzarsi non avendo una conoscenza globale per farlo; l’università viene vissuta come struttura priva di dialogo al dì fuori di un circolo di argomenti che uniformano e accomunano, e non come identità comune nella quale al di fuori di una lezione ci si ferma ad apprezzarla, invece di correre oltre il tempo per non uscire dai binari…

Invito quindi tutti noi, docenti compresi, ad interrogarsi per ideare insieme soluzioni a questo sistema e per dare un senso definito alla nostra vita.

Pensare che nella società futura la parte studentesca costituirà una fusione con il mondo dei lavoratori, mi spinge a riflettere su chi siamo e cosa vogliamo, un fine necessario ed imprescindibile.

Scriveteci…

Daniele Poce

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