Si contano in migliaia le persone che in questi giorni scendono per le strade di Mogadiscio in un'eruzione di rabbia collettiva contro il continuo aumento del prezzo dei generi alimentari primari. Gli effetti delle politiche sul cibo adottate dalle potenze economiche del mondo cominciano a manifestare i loro effetti più devastanti. In Somalia, quello che oramai è uno "stato" solamente per le carte geografiche dopo la devastante guerra civile seguita alla destituzione del dittatore Siad Barre nel 1991, il prezzo del mais è passato dai 12 centesimi al chilo di gennaio ai 25 di oggi. Un aumento superiore al 100% in un così breve lasso di tempo. Il riso, altro alimento essenziale alla vita, nello stesso periodo è passato dai 26 dollari ai 47,50 per un sacco da 50 chilogrammi, un aumento di poco inferiore a quello del mais. A ciò si aggiunga che la moneta locale subisce una paurosa svalutazione su un dollaro già drammaticamente in crisi di suo, perdendo in brevissimo tempo circa la metà del suo valore. Questo ha fatto in modo che, per sopravvivere, la popolazione abbia fatto ampio ricorso a banconote false. Quella che era più facilmente riproducibile, la banconota da 1000 scellini, da poco non viene più accettata dai commercianti per paura di truffe. Da ciò la rabbiosa reazione della popolazione, cui le autorità di un governo che non ha nemmeno una capitale ufficiale hanno risposto schierando le truppe, le quali hanno avuto l'ordine di sparare sulla folla. I dati sulle vittime, morti e feriti, sono introvabili o comunque non riportate da fonti attendibili e, naturalmente, da giornali e televisioni. Dopo decenni di disastri, cominciati con la colonizzazione italiana e inglese, proseguiti con il foraggiamento di dittatori sanguinari e del tutto insensibili alle necessità di sviluppo del proprio Paese, perfezionati dalle politiche economiche imposte da organismi internazionali come la Banca Mondiale e il Fondo Monetario Internazionale, si è probabilmente trovata la soluzione per la Somalia e per l'Africa in generale: la morte di stenti, l'eliminazione fisica dei suoi abitanti (salvo coloro che il pane lo potrebbero comprare anche in America e in Europa perchè ricchi...). Si evidenzia come la politica attuale in materia alimentare sia usare il cibo come arma "contro" la povertà, non come risorsa da distribuire.
Per concludere, mi pare doveroso soffermarmi su un paio di questioni. Il Fondo Monetario Internazionale e la Banca Mondiale hanno imposto alla Somalia e agli Stati africani nelle stesse condizioni critiche di incrementare le coltivazioni "remunerative" per l'esportazione al posto di produrre cibo. Per intenderci, al posto del grano il tabacco, al posto del mais il caffè, al posto del riso il cotone. Il nostro tabacco, il nostro caffè, il nostro cotone, da comprare a prezzi irrisori per "risanare" il debito con lo stesso FMI e la stessa Banca Mondiale e "adattarsi" alle regole di mercato. Lo sfruttamento intensivo della terra l'ha resa povera, l'utilizzazione massiccia di prodotti chimici per incrementare la produttività l'ha inquinata, il tutto mentre la popolazione soffriva di devastanti ed ovvie carestie. Nel 1989, prima dello scoppio della guerra civile, un alto funzionario dell'Unicef, Richard Jolly, sosteneva che questa politica per il risanamento del debito aveva causato 500.000 morti. Per capire questa cifra, basta pensare che nelle Torri Gemelle sono morte 11.000 persone e il tifone che in questi giorni ha investito la Birmania ha causato (forse) 30.000 vittime, meno di un decimo. Oggi, in una situazione decisamente più critica e del tutto fuori controllo, i morti quanti sono? Nessuno lo dice, nessuno lo pensa, nessuno lo scrive. In compenso, visto che il grano non si coltiva più, la Somalia lo deve importare a prezzi sempre più alti, amplificando la crisi, che assume caratteristiche apocalittiche anche perchè, tra le indicazioni dell'FMI e della Banca Mondiale, c'è il "suggerimento" di tagliare tutte le spese inutili al risanamento del debito: sanità, scuola e, naturalmente, i sussudi all'agricoltura.
Nessun commento:
Posta un commento