Il revisionismo dell’oblio
Ma il ripensamento non ha tardato a farsi strada tra le mie convinzioni; ad essere del tutto sinceri, i cori tipici da corteo ci sono stati, ma hanno rappresentato solamente il contorno più marginale ad una manifestazione che ha assunto il valore, non tanto di una accalorata protesta contro Israele (anche se foto con la bandiera dalla stella di Davide in fiamme erano presenti negli striscioni), ma di una testimonianza. Si dice e si pensa spesso che una manifestazione non serve a nulla. Certo non serve a nulla se da essa ci si attende un risultato immediato e tangibile. Ciò è chiaramente impossibile. Un manifestazione, però, come quella di Torino, è la rappresentanza di un popolo, quello palestinese, che si sente sotto occupazione.
Principio democratico è quello del contraddittorio, sempre e comunque, e se quei cinquemila manifestanti, pacifici, non avessero dato vita a quel corteo, tale contraddittorio sarebbe venuto a mancare e non avrebbe dato voce alla testimonianza e alla rappresentanza palestinese, facendo venire meno il rispetto di un elemento basilare dello spirito democratico. Questo corteo-rappresentanza ha avuto il merito di non far dimenticare che, sì Israele è una paese senza dubbio duramente contestato e minacciato, ma che un popolo, quello arabo palestinese, sta vivendo la tragedia storico-culturale dello sradicamento dalle proprie case e dalle proprie terre.
Chi può negare che di quella porzione di Medio Oriente i veri indigeni sono loro? Quando nacque lo Stato di Israele, nel 1948, quella terra già pullulava di presenze ebraiche, frutto di un’immigrazione pressoché ininterrotta a partire dagli anni venti del novecento, e ampliamente incoraggiata e sostenuta dai colonizzatori inglesi, i quali cominciano a modificare la loro politica a seguito dei ripetuti attentati terroristici contro di loro ad opera dei gruppi nazionalisti Irgun e poi Stern, di accesa fede sionista. Come negare dunque che anche gli israeliani sono stati a loro volta terroristi? Come negare che oggi migliaia di palestinesi, cacciati dalle loro case, di cui conservano ancora le chiavi nella speranza di un improbabile ritorno, vivono in campi profughi? E ancora, come negare che la comunità internazionale aveva scelto per Gerusalemme, contesa da arabi ed ebrei, la strada della neutralità sotto l’egida del controllo ONU, mentre invece vi si è installata la sede del Governo del neonato Stato di Israele, sordo ad ogni regolamentazione di tipo internazionale?
Alla luce di queste poche e forse anche banali considerazioni, io applaudo alla manifestazione di Torino, perché è stata un monito contro l’oblio della storia, perché non bisogna dimenticare mai, come insegna lo stesso Israele, e dimenticare la storia equivale a cambiarla, a volerla riscrivere e distorcere; il revisionismo è figlio dell’oblio e morte del libero pensiero.
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