venerdì 31 ottobre 2008
100'000 ???
100'000 ???
Questa foto ritrae una parte del corteo universitario, il corteo che attraversa via Cavour. In questa foto ho da fare diverse notazioni:
1) La testa del corteo è già passata.
2) La coda del corteo deve ancora svoltare da dietro il palazzo ad angolo.
3) Questa foto ritrae una frazione del corteo universitario.
4) L'intero corteo è stato diviso in 3 parti per l'enorme afflusso e la parte maggiore si è mossa verso Piazza del Popolo.
Bene, fatte queste piccole notazioni non vengano a dirmi che eravamo Centomila perchè non è vero. Mi spieghino invece perchè non esistono foto scattate dai numerosi elicotteri della polizia che volteggiavano sulla città. La verità è che ieri un Milione di persone e forse più hanno paralizzato una città enorme.
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venerdì 24 ottobre 2008
Il decreto Gelmini ha un alleato fra gli studenti.
Oggi ho partecipato all'assemblea che si è tenuta nell'aula 14 della facolta di Scienze Politiche di Roma la Sapienza. La partecipazione è stata molto numerosa. L'assemblea del movimento studentesco ha deciso di continuare l'occupazione di alcune aule all'interno della facoltà per proseguire con i lavori di organizzazione della protesta. Naturalmente l'agitazione ha per oggetto il decreto 133/08. Tale decreto pone delle innovazioni grandissime all'interno dell'università e non solo. L'articolo 16 di tale decreto da la possibilità di trasformare le università in fondazioni di diritto privato, come fondazioni, le università hanno la possibilità di ricevere finanziamenti privati. Tali finanziamenti sono incoraggiati detassando completamente questi movimenti di denaro. Immaginare le conseguenze è molto semplice. Introdurre le donazioni significa pilotare la cultura. Significa che le conoscenze si muoveranno verso il donatore. Se la Philip Morris dona 100 milioni di dollari alla facoltà di medicina, difficilmente la facoltà di medicina dirà che fumare fa venire il cancro, altrimenti i fondi della Philip Morris l'annno successivo non ci saranno. Apparte questo esempio estremo, il mio articolo vuole vertere sull'organizzazione della protesta.
Penso che fra gli studenti pochi abbiano il coraggio di difendere un simile provvedimento. Tuttavia nonostante il tema tocchi tutti e tutti siano interessati in un modo o nell'altro l'efficacia dell'azione è minata dall'interno. I più attivi contestatori oggi hanno chiarito con molta fermezza (forse troppa) un punto: la loro protesta non va organizzata con rappresentanti, ma ognuno protesta per se come individuo. Quindi la protesta non crea degli organi referenziali non pone interlocutori ma potesta e basta. Quale è la conseguenza? La Gelmini tratta con i giovani dell U.D.U. (Unione degli Universitari). È ovvio che nel momento negoziale ci si ponga con più facilità verso una organizzazione ben strutturata basata sulla rappresentanza. Penso sia difficile che la Gelmini o chi per lei vada a negoziare singolarmente con ognuno di loro. Ma i contestatori della mia facoltà non credono nella rappresentanza, "La rappresentanza ha fallito" secondo loro, credono in una "non meglio identificata" rappresentanza diretta di derivazione Rosseauniana. Inutile dirvi che una tale disorganizzazione non fa che dare l'idea di una moltitudine informe di persone con molte idee diverse e che non pongono alternative valide e condivise. Se il movimento continuerà ad essere ostaggio di queste persone sono sicuro che non porterà a nulla. I governi sono restii a fare concessioni a movimenti molto organizzati e con una strategia ben congeniata figuriamoci a una massa informe di studenti che gridano senza proporre nulla. Il TG1 di questa sera ha parlato dei negoziatori degli studenti non dei singoli, ha parlato dell'unione degli studenti non dei singoli. Il movimento studentesco deve capire che la politica in Italia si fa con la rappresentanza. Il potere negozile di un singolo è quasi nullo, il potere negoziale di una categoria è quasi immenso se ben gestito. Loro stanno riuscendo a vanificare l'impegno di un numero enorme di persone, e la sensazione è che siano solo una minoranza...
Alessandro Lombardi
venerdì 9 maggio 2008
Chi sei....?
Chi sei…..?
Mi chiamo Daniele Poce, sono uno studente iscritto al 3° anno della facoltà di Architettura di Romatre; il mio intento è di canalizzare questo articolo in uno spunto di riflessione sulla concezione odierna della figura dello studente, ormai contestualizzata in un sistema che ha fondamento nel modello precostituito che noi tutti ben conosciamo; vorrei soffermarmi su questo modello per sottolinearne l’aspetto dottrinale e regolarizzato per poter raggiungere “tranquillamente” l’obiettivo-tappa della qualifica finale, e qualora ci fosse un deragliamento (con questo non intendo giustificare uno stile di vita ozioso) spetterà a noi recuperare il treno in corsa per non pagare un ulteriore rata consistente.
Non entro in merito alla questione economica, quello che invece intendevo esporre è la causa-effetto di questo sistema che ovviamente si esplica nella figura dello studente universitario; credo che terminati gli studi superiori con conseguente diploma di maturità, l’esser posti dinanzi la scelta di un indirizzo di settore al culmine di un’adolescenza, non costituisce una vera e propria scelta di vita (alla quale siamo chiamati per questioni temporali) basata sul riconoscimento e la valorizzazione delle proprie capacità; allo stesso tempo mi aspetto che la fase universitaria dovrebbe in qualche modo determinare una formazione autonoma e responsabile, stimolando una capacità critica della persona volta ad un miglioramento della suddetta questione, derivata da un rapporto binario di dialogo tra studenti e docenti, sulla base di una realtà ostile e complessa per la sua insensibilità ed indifferenza, accentuata nel mondo lavorativo.
Tutto ciò non credo avvenga per la maggior parte di noi (mi trovo a scrivere per riflettere anche nei miei riguardi), dal momento che l’università si presenta come un sistema di continuità scolastica in cui l’individuo è costretto ad affidarsi a ritmi imprescindibili, quali esoneri (equivalenti alle interrogazioni scolastiche), consegne nel mio caso (compiti in classe), persino ore di studio programmate al raggiungimento di un totale punti necessari alla conclusione dell’anno accademico, che solo in pochi riescono a portare a termine secondo i tempi prestabiliti, rinunciando alla “vita”.
A questo punto mi chiedo come può un ragazzo acquistare quel senso di autonomia che gli permetta di saper comprendere ed osservare la vera realtà, potersi confrontare, stimolarsi in situazioni anche diverse dal proprio iter di facoltà e vivere la vita in tutti i suoi aspetti?
Non è facile, o meglio questo aspetto non appartiene al modello precostituito; siamo tutti parte di un settore specifico ancor più determinato nella cosiddetta laurea specialistica (salviamo i vecchi ordinamenti!), siamo delle macchine o degli ingranaggi di una grande macchina nella quale nessuno in futuro saprà contestualizzarsi non avendo una conoscenza globale per farlo; l’università viene vissuta come struttura priva di dialogo al dì fuori di un circolo di argomenti che uniformano e accomunano, e non come identità comune nella quale al di fuori di una lezione ci si ferma ad apprezzarla, invece di correre oltre il tempo per non uscire dai binari…
Invito quindi tutti noi, docenti compresi, ad interrogarsi per ideare insieme soluzioni a questo sistema e per dare un senso definito alla nostra vita.
Pensare che nella società futura la parte studentesca costituirà una fusione con il mondo dei lavoratori, mi spinge a riflettere su chi siamo e cosa vogliamo, un fine necessario ed imprescindibile.
Scriveteci…
Daniele Poce